Mi chiedo se lei, nella mia situazione, avrebbe perso la faccia…
Mentre mi occupo del mio naso che cola senza soluzione di continuità – effetto collaterale dell’arrivo della primavera, – sorseggio il caffè e cancello il solito spam dalla mia casella di posta elettronica, scopro un involontario pesce d’aprile sulla prima pagina di Repubblica.it: Monti alla Cina “Investire in Italia.”
Sorrido e penso a quando, nel pieno della tempesta del debito europeo, ho partecipato all’ultima cena di lavoro dell’anno del Coniglio, la più importante: uno di quei banchetti interminabili che vanno avanti a colpi di discorsi altisonanti, ventisette portate – tra cui spiccano l’anatra laccata e i cetrioli in agrodolce, – e litri di 白酒 (bai jiu).
Questa non è la solita tiritera su come non offendere i cinesi durante le cene ufficiali, sul perché non si debbano infilzare le bacchette nel riso (ricordano i ceri mortuari) o sulla necessità di lasciare un po’ di avanzi sul piatto in modo che l’anfitrione non pensi che tu abbia ancora fame e si senta costretto a far portare un’altra zuppa d’uovo e altri dodici calamari.
No, oggi voglio raccontarti cosa succede quando sono i cinesi che, durante un banchetto ufficiale, ti fanno perdere la faccia (面子, mianzi).
Avanti veloce.
Nonostante fosse il gran giorno del banchetto uno dei vicepresidenti, dovendo forse presenziare ad un ancor più importante convegno, si presenta solo alle nove di sera, quando la cena volge ormai a conclusione. Si capisce da come biascica le parole che il grande capo ha bevuto troppo bai jiu e si sente in vena di show.
“Kan kan wo shi laoban,” guardatemi, sono il capo!
Poi mi nota – non è difficile, sono l’unico diavolo bianco in circolazione – e si rivolge a me gridando dall’altro lato della sala. La conversazione si svolge sulle solite note: lui che mi chiede se parlo cinese, io che rispondo “yi dian dian,” così così, lui che mi domanda da dove vengo, io che ribatto “Yidali.”
Mi sto già preparando a quello che seguirà, un “Wo xihuan AC Milan,” mi piace il Milan, o magari un “Wo xihuan Michelangelo,” nel raro caso sia dotato di maggior gusto estetico.
E invece, complice il baijiu che rende tutti più baldanzosi, succede quello che non ti aspetti, non alla cena dell’anno perlomeno. Sempre alzando la voce – ci troviamo ancora a dieci metri di distanza – e con buona parte degli astanti ormai sintonizzati sulla frequenza che trasmette la discussione tra il grande capo e quel diavolo bianco dall’accento un po’ ridicolo, il vicepresidente Yu sorride sornione e poi sbotta:
“Yidali hen chong, Ouyuan bu tai hao,” l’Italia è povera, l’Euro non serve a niente. Ride, poi conclude in crescendo, questa volta in inglese:
“Everybody wants Renminbi, no one wants Euro anymore!”
Il brusio di sottofondo, incessante sino a quel momento, cessa di botto lasciando spazio a un silenzio attonito.
E lì che mi rendo conto di non abitare più Francia, dove quando il capo mi chiamava le grand tricheur (il gran farabutto), riferendosi all’epica testata di Zidane a Materazzi, ci si rideva su e tutto finiva lì. No, qua siamo a un’altra longitudine.
Secondo il codice cinese il vicepresidente mi ha fatto perdere la faccia.

Chiariamo un concetto: per me sbagliare – e dunque perdere la faccia – è il passo più importante nel processo di continuo apprendimento che chiamiamo vita. O per dirla in latino, io della (mia) faccia me ne fotto.
E poi gli sfottò sono cose che gli emigrati imparano ad accettare: mafioso, falloso, pizzaiolo, catenacciaro, playboy e quant’altro: negli ultimi sette anni ne ho sentite di tutti i colori. Che poi vado orgoglioso di tutti gli epiteti che ci trasciniamo dietro (a parte il mafioso…).
Pure falloso, dirai? Sì, pure falloso. Ti risulta che Gentile per fermare El Diego durante Italia-Argentina ’82 utilizzò la poesia? No! Maradona si fermava solo a calcioni, chiedetelo agli inglesi in gita a Città del Messico.
Tornando alla vicenda del vicepresidente Yu, se la frase “Nessuno vuole più sentir parlare di Euro” l’avesse pronunciata un CEO americano di fronte a una platea di Yankees mi sarebbe scivolata addosso, avrei archiviato l’etichetta “Italiano con le pezze al culo” insieme alle altre (catenacciaro, playboy, Mario Bros).
Il problema è che sono stati i cinesi a prenderla seriamente. Il silenzio successivo all’accaduto, il cambio d’atmosfera da gioviale a teso, gli sguardi a studiare i disegni sul pavimento e le mani ad accendere sigarette di circostanza.
E’ stato quasi come se, all’unisono, tutti abbiano pensato che il capo facendomi perdere la faccia avesse compromesso l’armonia della nottata.
Non sapendo cosa fare per ristabilire questa benedetta armonia rispondo con un neutrale “hao ba,” che si può tradurre più o meno con “ok,” e che vuol dire tutto e niente.
Il vicepresidente Yu, imbarazzato, cambia interlocutore, parla d’altro, ma poi non ce la fa e si avvicina al mio tavolo, mi dedica un brindisi, si siede a parlare con me per dieci minuti. Non arriva mai a scusandosi apertamente – equivarrebbe ad ammettere il suo sbaglio, – ma comunque mi concede l’importanza necessaria a “rendermi” la faccia che mi aveva “tolto.”
Questo spaccato di vita quotidiana non ha la pretesa di descrivere la complessità della cultura della faccia in Asia, che ha radici profonde e richiederebbe una discussione senz’altro più dettagliata di quella che queste ottocento parole buttate giù bevendo il caffè (due tazze, ammetto) possano permettere.
Però spero almeno sia riuscito a far passare il concetto ; – )
Per un buon riassunto sul concetto di “faccia” in Cina, leggi The cult of face (in English) by China-Mike.com.
[Zidane-Materazzi's photo credits: sports.yahoo.com]
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