Dali: mercato della frutta.
Ci lasciamo alle spalle la Foresta di pietra e, appena entrati a Kunming, capiamo subito che non ha senso sorbirsi il caos di un’altra metropoli: per quello Shanghai basta e avanza. Così prendiamo un furgoncino – chiamarlo autobus sarebbe sarebbe un abuso di linguaggio – sino alla 汽车站 (qiche zhan, la stazione dei bus) dove compriamo un biglietto per Dali, città dal nome esotico quasi quando Timbuctu.
Siamo fortunati, il bus parte dopo soli venti minuti e alle sei del pomeriggio siamo già a Dali città nuova. Sì perché a Dali hanno deciso di costruire la metropoli a quindici chilometri dalla città vecchia. Resta il dubbio se lo abbiano fatto per preservare l’architettura o perché dal punto di vista logistico era più conveniente svilupparsi da un’altra parte. Conoscendo i cinesi propenderei per la seconda ipotesi.
Come perdersi a Dali
Dali città nuova assomiglia a qualsiasi altra metropoli cinese: un groviglio di macchine, venditori ambulanti e smog. Prendiamo l’ennesimo autobus che ci scarica di fronte alla Porta Ovest della città vecchio. Sembra di essere su un altro pianeta: aria pura, niente macchine e il monte Cang a fare da cornice.
L’ostello che abbiamo scelto, Lilypad, dista solo cinque minuti di cammino ma riusciamo comunque a perderci e, con mia somma vergogna, siamo costretti a chiamare in ostello. Lily è cosi gentile da venire a recuperarci sulla statale 214 che, a credere i cartelli, arriva sino a Lhasa.
Arriviamo in ostello e, distrutti, ci addormentiamo.

Abbiamo due giorni da passare a Dali. Il primo scorre veloce mentre esploriamo la città vecchia: il mercato della frutta, la cucina locale, le macellerie all’aperto e la zona turistica, dove ci sollazziamo tra fontanelle all’aperto e negozi dalle lampade allucinogene.
Spaghetti freddi di pasta di riso.
Macelleria locale
Almeno credo fossero allucinogene visto che Feng entra normale e ne esce con l’orologio più orribile che avessi mai visto (sorry, no foto). Per fortuna lo perderà tre giorni dopo.
Lampade allucinogene.
La sera, in ostello, conosciamo Tom, un australiano che si vanta di abitare al Lily Pad da sei mesi senza aver mai lavorato né visitato nessun altra località dello Yunnan. Mi chiedo se abbia esplorato Dali, perché ogni volta che torno in ostello è lo ritroviamo lì che fuma e strimpella sulla chitarra scassata del bisnonno di Lily.
Il mistero resta tuttora irrisolto.
Come perdersi sul monte Cang
Il giorno dopo lo dedichiamo al monte Cang, che non vedo l’ora di scalare.
Io: calzoni corti, maglietta aeroportuale, giacca a vento e scarponi da montagna.
Feng: gonna sbarazzina, top immacolato, giacca elegante e ballerine. Tutto in tinta che non si sai mai. La guardo con disapprovazione ma non dico niente. Lei ruota la testa di lato e mi fa:
“什么?” (Shenme?), che tradurrei con un “Cosa c’è che non va?”
Scuoto la testa e rispondo: “走吧!” (Zou ba!), “Andiamo!”
Scalinata che porta al Monte Cang.
Non abbiamo neanche iniziato la scalata e ci siamo già persi: anziché girare a sinistra come tutti i comuni mortali che si accingono a scalare il Monte Cang, noi andiamo inspiegabilmente a destra e finiamo prima in una zona militare e poi in un cimitero che nemmeno in Dellamorte Dellamore” title=”dellamorete dellamore” target=”_blank”>Dellamorte Dellamore, il film con Rupert Everett. Manca solo – ahimè – Anna Falchi tra le tombe con le tette al vento.
Anna Falchi (photocredits:www.rex-fox.com).
Mentre mi chiedo come mai la Falchi non si veda in giro, Feng chide indicazioni a un contadino che ci rassicura:
“Due turisti hanno fatto il vostro stesso errore, si sono persi e sono morti di stenti nella foresta.”
Andiamo bene. Mi tocco il testicolo sinistro mentre Feng si siede, tira fuori una busta di noci e inizia a mangiare.
M’incazzo.
“Feng, siamo già in ritardo, e poi abbiamo appena fatto colazione! Daaaaaai” Lei mi guarda e mi fa:
“Shenme?“
Le donne… hanno il senso pratico di una vecchia tartaruga eppure se non ci fossero non varrebbe nemmeno la pena di viaggiare. Solo stare al bar, giocare a briscola e ubriacarsi a suon di ammazzacaffè. Sospiro e mi siedo a sgranocchiare due noci.
Dopo vari pellegrinaggi troviamo finalmente la retta via e iniziamo la scalinata. Quello che mi piace del Monte Cang è che, al contrario della maggior parte delle montagne cinesi, non c’è NESSUNO. E se abiti in Cina sai bene che questo non è un particolare da sottovalutare. Il silenzio è magico, posso persino sentire Feng che, cinquanta metri più basso, apre un’altra noce.
Nebbia sul monte Cang.
Arriviamo in cima alla prima scalinata e, tra la nebbia, scorgo un cartello quantomeno inquietante. Recita più o meno cosi:
“Seguite il sentiero perché qua se vi perdete non viene nessuno a salvarvi. So c*zzi vostri.” Vista la nostra propensione a perderci, mi ritocco il testicolo sinistro. Feng decide che, anche se la montagna è deserta, lei ha bisogno di un bagno per fare pipì.
“C’è il cartello, dev’essere vicino!” mi fa notare.
“Basterà seguire il sentiero” mi dico. E così faccio la minchiata della settimana, lasciandola andare a passeggio da sola in un monte deserto dove la nebbia si mischia alla pioggia e all’acqua scrosciante che precipita dalla cima del monte riducendo la visuale a meno di cinque metri e rendendo impossibile ogni comunicazione. Aspetto dieci minuti, poi mi assale la paranoia.
E se si perde? Tiro fuori il telefono dalla tasca ma non c’è segnale. Corro verso il bagno, è proprio lì, dietro la curva. Entro nel bagno delle donne: deserto.

“Cristo” penso “Feng ha sbagliato strada.”
Nel frattempo ha iniziato a diluviare e il simpatico Monte Cang si è trasformato in una foresta nera dove non si né vedere né sentire niente. Penso a tutte le volte che Feng si è persa e al cartello “Sorry niente soccorsi qui.”
Inizio a gridare a vuoto, la pioggia batte talmente forte che non riesco quasi a sentirmi. Continuo a sgolarmi sino a che non arriva una poliziotta che mi guarda come se fossi un diavolo bianco imbecille che si urla in una montagna deserta. Come darle torto…
Continuo a correre da una parte all’altra, di Feng non c’è traccia. Torno nel bagno delle donne, deserto. Esco fuori, Feng è lì che mi guarda e mi dice:
“Shenme?“
L’abbraccio, piango un po’ ma non troppo che mi vergogno.
“Pensavo di averti perso,” le dico. Mi risponde che era andata a vedere se si poteva scendere dalla montagna in funivia.
La cima del Monte Cang è ancora lontana, ma diluvia e io non sono più in vena di scalare. Prendiamo la funivia e arriviamo a valle bagnati fradici.
Domani si va a Lijiang…
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